Il Ttip? E’ a danno delle Pmi. E la qualità italiana ci perderà

stop ttipDi Francesco De Palo

“Per l’80% delle Pmi l’unico mercato possibile al momento è quello europeo. Inoltre le imprese europee che esportano negli Usa sono solo lo 0,8%. Per cui che questo trattato sia ad appannaggio delle Pmi è una cosa falsa che fa solo ridere”. Così Manuela Di Sisto, portavoce del movimento No Ttip che analizza nel merito quali sono i rischi, per l’Europa e per l’Italia, dell’accordo di liberalizzazione di mercato e regole tra le due sponde dell’Atlantico. Nei giorni scorsi è stata ricevuta dal viceministro per le Attività Produttive Carlo Calenda per un focus sull’argomento. “Non siamo ideologicamente contrari al Ttip, né siamo antiamericani – osserva – . Ma siamo convinti che le Pmi e la qualità italiana saranno danneggiate dal trattato Usa-Ue”.

I tifosi del Ttip sostengono rappresenterebbe un’enorme possibilità di crescita per le piccole e medie aziende che ad oggi, pur producendo prodotti ricercati ed apprezzati dall’altra parte dell’oceano, non hanno le risorse necessarie per poter affrontare una politica di commercializzazione in Nord America. E’così?
E’un trattato molto complesso e orizzontale in tutti i settori produttivi. Chi perde sono sicuramente le Pmi, che operano nei mercati nazionali e in quello europeo, perché tutti i dati di impatto, che in questo momento vengono sminuiti, all’inizio del dibattito sul Ttip venivano definiti come una fonte normativa attendibile. E rivelano che le esportazioni statunitensi cresceranno fino al doppio rispetto a quelle europee, con percentuali rispetto all’agricoltura del massimo 60% in più per l’Ue e del 120% per gli Usa. Quindi numeri significativi. Il trattato però, non mira soltanto a lavorare sulle percentuali, ma sui grandi problemi sistematici che si riscontrano in quello Ttp.

Si riferisce e dazi e tariffe?
Dazi e tariffe negli scambi sono già abbastanza bassi. Vi sono settori in cui sono alti, come la moda, l’agroalimentare, la meccanica. Gli Usa sul punto si difendono dicendo che in quegli ambiti hanno già tariffari più bassi dei nostri, per questo non prevedono di garantirci guadagni particolari rispetto ad oggi, ma ci chiedono il reciproco.

Con quali conseguenze?
Che un sistema più compatto e più federalmente organizzato rispetto al nostro, può produrre in tutti i settori grandi contraccolpi, sia a livello primario che secondario. La critica che ci hanno mosso nei mesi scorsi, anche dal Ministero dello Sviluppo Economico, è che la nostra avversità al trattato fosse figlia di un precetto ideologico, figlio magari di un antiamericanismo. Non è così e lo dimostrano i report ad hoc che abbiamo diffuso in questi mesi per ragionare nel merito del trattato. Siamo preoccupati per l’Italia e per la coesione del mercato europeo, che è lo spazio dove le imprese italiane esportano i due terzi dei loro prodotti. Per l’80% delle Pmi l’unico mercato possibile al momento è quello europeo. Inoltre le imprese europee che esportano negli Usa sono solo lo 0,8%. Per cui che questo trattato sia ad appannaggio delle Pmi è una cosa falsa che fa solo ridere. Forse potrebbe esserlo per la parte doganale, per via della velocità rispetto alle operazioni nei porti. Ma quest’ultimo passaggio si potrebbe realizzare senza scomodare un trattato intercontinentale, basterebbe una semplice cooperazione doganale.

Gli standard globali possono influire negativamente sul made in Italy? E come?
Il capo negoziatore dell’Ue, Ignacio Garcia Bercero, sostiene che siamo in presenza di un impegno politico con il Parlamento europeo e con gli Stati membri di non negoziare al ribasso gli standard. Ma esiste un però. Da un lato l’unico modo possibile per non toccare alcuni settori è escluderli dal negoziato e tale esclusione esiste solo per il mercato degli audiovisivi. Tutto il resto è interessato al Ttip. L’85% dei benefici, cosiddetti e presunti, ovvero lo 0,5% del pil in dieci anni, è legato alla modifica di standard diversi e non a quelli doganali e dei dazi. E lo confermano tutte le analisi di impatto effettuate da Usa e Ue. Proprio gli Stati Uniti hanno recentemente redatto un rapporto sull’agricoltura in cui si evidenzia che gli standard che a loro producono più problemi sono quelli legati alla qualità.

Ci stanno dicendo che l’agroalimentare italiano, che è un’eccellenza, è per loro una minaccia?
Dico solo che vista la presenza di dossier sull’agricoltura in Ocse e in vari ambiti internazionali, non si capisce perché ci sia stato un raddoppio nei report su questo argomento. Se fosse un tema prettamente tecnico, come appunto è, si potrebbe rispondere che in quei tavoli citati ci sono già le competenze utili alla materia. Aggiungo che esistono tavoli tecnici per le armonizzazioni anche in ambito Wto che procedono a prescindere dal negoziato politico complessivo. Per cui anche se i ministri non si mettessero d’accordo, a Ginevra la discussione non si fermerebbe di certo. Il rischio che c’è, come osservato anche da Confindustria è che ci possa essere un rallentamento dei dialoghi tecnici qualora ci fossero ulteriori board di discussione transatlantici, come il trattato.

E’vero che gli standard americani sono più bassi e più economici?
Anche se inserissimo clausole di garanzia, che al momento non ci sono, e puntando sulla buona fede della commissione, c’è comunque qualcosa che non va quando si legge che ferma restando la trasparenza i negoziati procederanno nella massima riservatezza. E’chiaro che se anche Confindustria, attraverso Business Europe, riuscirà a partecipare a questi dialoghi non credo che l’associazione dei consumatori x o quella y piuttosto che il sindacato z avranno le risorse per seguire negoziati di questo tipo.

Ogm e carni agli ormoni: sono questi i maggiori timori dei consumatori. Il Ttip li favorisce?
Nelle analisi americane sono definiti come problemi al loro commercio. E sostengono che se vogliamo parlare di facilitazioni nel commercio agricolo allora dobbiamo occuparci di ogm e carni agli ormoni. Gli europei rispondono che al momento non ne vogliono proprio discutere, ma un compromesso dovranno per forza di cose trovarlo.

Cosa proponete sul punto?
Un compromesso sostenibile noi crediamo possa essere quello di inserire nel testo la famosa clausola che gli americani ci stanno proponendo: legare tutti gli standard non solo al principio di precauzione, che nel trattato non è mai citato, ma a delle evidenze scientifiche, quindi a posizioni legate alla scienza. Si tratta della stessa finestra attraverso la quale, in ambito Wto, sulla carne agli ormoni ci hanno battuti e abbiamo pagato dieci anni di compensazioni commerciali.

Per quale ragione?
Perché secondo loro la nostra richiesta di bloccare l’esportazione delle carni non era basata su rilievi scientifici. E nonostante ci fossero i rilievi dell’Organizzazione Mondiale della Salute. Ma se invece ci dicono che è necessario individuare cento casi in cui i pazienti affetti da tumore si sono ammalati perché consumavano quella carne e non, ad esempio, perché fumavano allora tutto diventa più difficile. E’la ragione per cui in Europa abbiamo scelto il principio di precauzione, proprio perché è il maggiormente tutelato.

Ma gli americani non vogliono inserirlo…
Da nessuna parte e abbiamo anche un brutto precedente come l’accordo già sottoscritto con il Canada, luogo gravido di imprese americane che per motivi fiscali hanno la sede lì. Questi ultimi hanno il principio di precauzione nella Costituzione, così come noi lo prevediamo nei trattati europei: nonostante ciò, il principio di precauzione non è stato inserito in quell’accordo. L’azione di lobby di quelle imprese è stata decisiva. Per cui pur fidandomi della buona fede di Bercero, la domanda è: nel momento in cui gli Usa dovessero chiedergli di rinunciare al principio di precauzione offrendo ad esempio di abbattere le barriere commerciali sulle scarpe che abbiamo adesso, lui che farà? Questo è il macrotema di un negoziato così ampio.

Si parla anche di liberalizzare i servizi pubblici: sarebbe una sorta di dazio per far ingoiare la pillola?
E’un altro degli elementi di discussione. Rispetto ai servizi pubblici nutriamo la preoccupazione che sarebbero esclusi solo esercito, polizia e carceri. Ad esempio, anche una biblioteca comunale con una tessera a pagamento sarebbe potenzialmente liberalizzabile. Ora, non credo che Amazon di preoccupi delle nostre biblioteche, però magari delle università sì. Vorrei sottolineare che il grande tema è sui servizi finanziari: chiaramente gli Usa vorrebbero, attraverso il Ttip, rilassare alcuni legami posti sui derivati dopo la crisi del 2009, grazie ad una cooperazione normativa con l’Europa che preveda standard più bassi.

Il rischio “scambio” quanto è alto?
Certamente c’è, ma in un negoziato come questo, complesso e fortemente articolato, fino all’ultimo minuto non ci è dato saperlo. Ciò che ci preme è dire, al di là di come ognuno la pensi sul trattato, che esistono dei vulnus su cui serve molta attenzione. Lo abbiamo fatto presente anche in Parlamento e c’è stata una faticosissima negoziazione anche con i nostri parlamentari che, per ogni rilievo, si preoccupavano di volta in volta di non essere anti americani, o anti europei, o anti protezionistici. Il fatto che si possa risolvere il tutto come un grande derby tra Ue e Usa è un rischio talmente grosso che, al termine delle trattative, non vorrei si giungesse ad un pessimo accordo. Il nostro sforzo quindi è diretto a fare tutto il possibile per giungere alla fine con un testo da votare che non contenga le cose peggiori.

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