Dieselgate, l’aiutino a Berlino che scassa anche l’eurosentimento

dieseldi Matteo Zanellato

Dall’inizio della crisi dell’Euro e del debito pubblico dei paesi meno virtuosi, iniziata nel 2011, abbiamo sentito dire tante volte che l’Italia deve rispettare i patti. Tante volte, se non sempre, si è suggerito al belpaese di prendere come esempio i paesi nordici, che le regole invece le rispettano alla lettera. O, se le regole non piacciono, le cambiano in base alle infrazioni commesse. Com’è successo pochi giorni fa in Parlamento europeo.
Il dieselgate è lo scandalo che ha coinvolto il gruppo Volkswagen nella seconda metà del 2015. Il quale, pur di vendere più auto negli Stati Uniti, aveva inserito nella centralina delle macchine un sistema che limitava le immissioni solo in fase di collaudo delle vetture.

Le auto in questione non rientrano nemmeno nella categoria Euro 5, e quindi avrebbero problemi ad essere commercializzate anche all’interno dell’Ue. I paesi nordici però sono ligi, le regole vanno rispettate, e così la Commissione fa una proposta che cambia le regole in Europa. Votata dal Consiglio e dal Parlamento il 3 febbraio 2016, permetterà alle auto incriminate di essere vendute fino a settembre 2017. L’Unione Europea però avrebbe degli obiettivi molto ferrei sull’inquinamento, enunciati nella Strategia Europa 2020 e resi operativi con le varie politiche europee per l’ambiente.
La strategia Europa 2020 mira a una crescita intelligente, sostenibile e solidale. Intelligente perché punta all’investimento nella ricerca e sviluppo, sostenibile perché punta alla riduzione di emissioni di CO2 e solidale perché impegnata a realizzare posti di lavoro. Nello specifico, tra gli obiettivi vi è la riduzione dei gas serra del 20%, o, se le condizioni lo permettono, del 30% rispetto al 1990; il 20% del fabbisogno di energia ricavato da fonti rinnovabili e l’aumento del 20% dell’efficienza energetica. Gli obiettivi dovrebbero essere perseguiti sia a livello nazionale che europeo. La strategia Europa 2020 si attua a livello europeo grazie alle politiche europee per l’ambiente.
Sin dal trattato di Amsterdam del 1992 le politiche europee sull’ambiente sono adottate con la co-decisione tra Parlamento e Consiglio. La politica ambientale è uno dei settori più regolamentati a livello comunitario, tanto da trasformare l’Ue un attore importante nella politica ambientale internazionale. Uno degli obiettivi principali di questa politica è la «crescita verde», un insieme di politiche integrate volte a promuovere un quadro ambientale sostenibile, per fare andare di pari passo la tutela dell’ambiente e la crescita competitiva dell’Ue.

Un’altra politica europea è «Natura 2000», una rete di 26000 aree naturali che coprono quasi il 20% della superficie dell’Unione Europea, in cui alcune attività sostenibili possono coesistere con la delicatezza della flora e della fauna. La politica ambientale dell’Ue inoltre mira ad occuparsi anche delle principali preoccupazioni dei cittadini in tema di ambiente, ponendosi tre obiettivi, garantire l’acqua potabile e le acque di balneazione pulite; migliorare la qualità dell’aria e attenuare o eliminare gli effetti delle sostanze chimiche nocive. A livello globale invece l’Ue si fa promotrice dello sviluppo sostenibile.

Le politiche ambientali europee, insomma, sono tra le politiche europee più sviluppate e fanno dell’Europa una protagonista a livello internazionale. Hanno permesso lo sviluppo della codecisione, hanno permesso la nascita e lo sviluppo delle lobby ambientaliste e lo sviluppo del «metodo comunitario». E sono riuscite a dimostrare la differenza tra un paese organizzato come la Germania e un paese che manda i politici in prepensionamento a fare i parlamentari europei com’è l’Italia.
Così, si è riusciti a far passare in Parlamento europeo una modifica al regolamento che stabilisce il tetto delle emissioni di ossidi di azoto, che compongono le polveri sottili, esattamente per il 110% in più di quello che era previsto precedentemente, prima del diesel gate.
I verdi si sono schierati contro a questa norma accusando gli industriali dell’auto europei. I socialisti si sono opposti, mentre i popolari sono stati i promotori dell’approvazione.
La decisione, però, allontana la cittadinanza dalle istituzioni europee. Si può parlare di Unione Europea quando si prediligono le lobby anche ai propri principi? Come in questo caso, approvando un regolamento che va contro la strategia Europa 2020 e le politiche per l’ambiente sviluppate con fatica in anni di implementazione e di sacrifici compiuti da tutti?

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