Il fondo: responsabilità e colpevoli (presunti o tali)

SuoraDi Claudio Antonelli

Il terremoto che ha colpito Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, oltre alle tante lacrime può generare un effetto psicologico perverso. Al pari delle altre calamità naturali che periodicamente colpiscono il nostro piccolo mondo, questo tragico evento mette a dura prova il nostro bisogno di trovare i colpevoli. Non è facile, infatti, accusare la natura di malvagità, attribuendole una “mens rea”. Solo imputando agli uomini la responsabilità delle catastrofi naturali che ogni tanto ci flagellano si riesce a razionalizzare gli avvenimenti per sottrarli all’assurda legge del caso ed attenuare così il sentimento d’impotenza che c’invade di fronte allo scatenarsi delle forze della natura.

Ma l’impossibilità di attribuire almeno una parte di ciò che è accaduto allo Stato, a Renzi (l’ideale, in verità, sarebbe stato di poter attribuire il tutto a Berlusconi) o ad altri personaggi della scena politica, amplifica e aggrava il nostro senso d’impotenza. In Italia, comunque, quando non si conosce il colpevole o anche quando non esiste un colpevole, si è soliti aprire un fascicolo contro ignoti; nel caso di una calamità naturale aggiungendo al sostantivo “disastro” l’attributo “colposo”.

Il terremoto, a differenza delle alluvioni, delle frane e di altri disastri naturali causati o se non altro aggravati dall’intervento improvvido dell’uomo, non è un evento imputabile all’uomo, anche se ogni volta occorre accertare che le norme antisismiche delle costruzioni siano state rispettate e che non si è costruito in luoghi dove non si doveva. Vista l’entità dei crolli, anche in relazione al terremoto che ha appena colpito il Centro Italia, si può dire fin d’ora che le norme antisismiche non furono quasi mai rispettate nella costruzione dei vari edifici.

Vi è da considerare anche che buona parte delle case e delle strutture crollate fu edificata in tempi antichi. Ma anche le costruzioni più recenti, tra cui certamente non mancano quelle abusive, sono crollate miseramente. Neppure gli edifici pubblici hanno retto alla violenza del sisma: ad Amatrice, il Romolo Capranica che ospitava classi materne, elementari e medie, e che fu messo a norma nel settembre del 2012, è crollato. Eppure questa moderna scuola risultava ormai rispondere ai criteri previsti contro la “vulnerabilità sismica”, se si dà credito a quanto disse il sindaco di Amatrice al momento dell’inaugurazione dei lavori di messa in sicurezza contro i sismi, appunto nel 2012.

Esistono ogni volta responsabilità umane riguardo sia alla negligenza nel prevenire gli effetti più gravi dei fenomeni naturali pericolosi – in Italia la prevenzione è a un livello bassissimo – sia alla maniera in cui ogni volta si gestisce il dopo terremoto, con la legittima critica, inoltre, delle misure di soccorso se giudicate non adeguate, e con la denuncia degli abusi che in Italia accompagnano direi inevitabilmente ogni opera di ricostruzione. “Con scarse eccezioni le ricostruzioni sono state lente, tardive e costosissime per non parlare degli sprechi e delle dissipazioni clientelari di denaro pubblico”, ha denunciato Sergio Rizzo sul Corriere della Sera. Speriamo solo che il vero e proprio delirio di chiacchiere e di recriminazioni – male cronico italiano – ceda il posto, questa volta, a un realismo fattivo e operoso. Ma forse è un vano sperare.

terremoto-aquilaIl terremoto è un tradimento operato dalla terra, dal suolo, dalla geografia di quei luoghi tanto amati che noi espatriati sempre portiamo nel cuore. Sono essi, infatti, la causa dei crolli delle case e della morte degli uomini. Quei luoghi venerati, il cui ricordo mai ci abbandona all’estero, sembrano ribellarsi per un’oscura ragione all’amore dei suoi figli vicini e lontani, seminando invece il terrore. Paradossale ma soprattutto molto triste è anche il crollo, nel corso dei terremoti, di chiese e altri luoghi santi nei quali la gente del luogo pensava albergasse un’entità protettrice…

L’Italia abbonda di storie sull’intervento miracoloso di Dio, della Madonna o del santo protettore, durante pestilenze e terremoti. Nei luoghi terremotati dell’area di Amatrice, Pescara del Tronto, Arquata e Accumoli, l’aiuto, invece, giunge unicamente da pompieri, volontari, corpi vari di polizia, “protezione civile”. Anche questa volta, di miracoli, purtroppo, neppure l’ombra. Anzi, quando avvengono i terremoti, spesso sono proprio le chiese a crollare per prime. Nonostante tutto ciò, di fronte alla tremenda legge del caso e al crudele menefreghismo della Natura, solo il conforto della fede riesce ad attenuare il tremendo senso d’impotenza e di assurdità che assale l’uomo.

I terremoti e i reality dell’avventura. Dopo un disastro naturale, le trasmissioni televisive prefabbricate che fanno leva sulla sopravvivenza e l’avventura creata a tavolino (del tipo “Survivor”, “Fear Factor”, “Amazing race”, “L’isola dei famosi” etc) appaiono ancora più oscene a noi, gente normale. Oscene per il loro falso realismo facente leva sulla paura e il pericolo in lande cosiddette sperdute sotto i riflettori manovrati da schiere di tecnici. Ciò che disturba in questa specie di masturbazione esibizionistica dei “Reality show” dell’avventura e della sopravvivenza non è la finzione – anche la creazione artistica si basa dopotutto sulla finzione – ma il fatto che simili programmi si pretendano veri, realistici, “autentici”, mentre sono solo patacche che offendono le genti delle regioni colpite da uno dei frequenti cataclismi naturali: quest’ultime soffrono e lottano contro pericoli veri e non inventati, e subiscono gli “effetti speciali” non della Reality tv, ma di Madre Natura.

Terremoti: le tante occasioni perdute. Il terremoto dell’Aquila, avvenuto sette anni fa, quasi alla stessa ora del sisma attuale che ha devastato un’area del Centro Italia non molto distante dall’Aquila, comprendente Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, fu un segnale d’allarme circa le condizioni particolari in cui si trova una buona parte del territorio italiano, il quale – come tutti sappiamo – non è adeguatamente protetto da costruzioni antisismiche e piani regolatori ad hoc, tenuto conto delle condizioni del terreno, e in relazione ai gravi abusi causati dal disboscamento, dalle varie forme di abusivismo e da altri scempi compiuti ai danni del territorio. In quell’occasione, insomma, suonò un forte allarme sulla precarietà dell’assetto idrogeologico della penisola.

Finalmente tutti sembrarono prendere coscienza del problema. E difatti la tv ci inondò di commenti, analisi, proposte, il cui intento sembrava quello di porre fine ad un’incuria molto pericolosa per la nazione e i suoi abitanti. Si parlò anche del problema della cementificazione ad oltranza che ha fatto sì che si siano costruite case persino sulle falde del Vesuvio, in spregio di ogni regola e di ogni elementare senso di prudenza. Si parlò, parlò, parlò, si parlò tantissimo. Parlarono sia gli esperti sia i profani. Spesso con profondità, saggezza, acume, denunciando gli abusi, gli eccessi, le dimenticanze, le omissioni, l’ignavia delle classi politiche succedutesi al governo dello Stivale; e facendo valere la necessità improrogabile di porvi riparo.

accumuliUno straniero, o anche un italiano, però quest’ultimo avrebbe dovuto essere molto ma molto ingenuo, ecco, forse un marziano avrebbe potuto concludere, di fronte a cotanto allarmismo e alla virtuosità delle proposte per porre riparo al dissesto idrogeologico nazionale, che finalmente in Italia si sarebbe preso di petto il grave problema; e che si sarebbe deciso finalmente di porre in atto un rigoroso piano di riassestamento del territorio con il preciso intento di correggere gli abusi già fatti, e soprattutto d’impedirne di nuovi. Invece, come sempre succede nella penisola, dove assai spesso le chiacchiere tengono luogo d’azione, non se ne fece niente.

Il coro di chiacchiere, “passato il terremoto”, ogni volta però continua, spostandosi su altri temi. Il parlare, il denunciare, il moralizzare sono elementi imprescindibili dell’identità italiana, e quindi moralismo, denunce, condanne, accuse di cui l’Italia gronda, specie televisiva, che è poi l’Italia che conta, trovano subito nuovi bersagli. Come avviene del resto nelle discussioni al bar, in piazza, in spiaggia, dal barbiere. L’importante è moralizzare, concionare, accusare, cercando però di parlare più forte degli altri, perché nella penisola parlano tutti insieme.

Alla base di questo insopprimibile bisogno di straparlare, non vi è la ricerca della verità con il conseguente voler passare ai fatti, attuare, concludere in nome del bene comune, ma semplicemente il voler aver ragione e mettersi in mostra sia individualmente sia come rappresentanti della fazione, parrocchia, bottega, movimento, partito cui ogni italiano che si rispetti, rigorosamente si collega.

Secondo me non si riuscirà a mettere fine al diluvio di chiacchiere e polemiche inondanti l’Italia, se prima i “teleidioti”, che si beano ogni sera con gli inutili programmi di chiacchiere ammanniti da una casta di moralizzatori strapagati, non attueranno il solo gesto responsabile che rimane loro da fare: spegnere il televisore, ovvero – con espressione più brutale – tirare la catena.

twitter@PrimadiTuttoIta

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