Con Matteoli se ne va quella politica fatta di “pane e sezioni”

Di Francesco De Palo

Quando la politica era una cosa seria e non preda di isterismi da social e foto idiote, si iniziava dalle sezioni. I manifesti, le buone letture, le idee, i maestri che insegnavano e i ragazzi che ascoltavano (non il contrario). Era l’Italia della contrapposizione, rude e rovinosa, aspra e combattente. Ma era anche l’Italia dove le scuole erano sostanzialmente tre: Piazza del Gesù, Botteghe Oscure e Via della Scrofa. Si frequentavano, si accarezzavano, si consumavano i gomiti su quei banchi, si lottava e si imparava.

Bianchi, rossi e neri poco cambia. C’era serietà, non adunate a pagamento. Non è questo un manifesto nostalgico, intendiamoci, ma l’occasione per fare sintesi sullo stato di salute della politica italiana. E la scomparsa dell’ex ministro Altero Matteoli può essere il punto di partenza per interrogarsi e ragionare, per guardarsi allo specchio e capire dove si è sbagliato, per immaginare scenari e mettere a frutto le esperienze di ieri. Le sezioni, gli incontri, il rispetto degli avversari: ecco quali sono gli imprescindibili start.

Se Pinuccio Tatarella era stato ribattezzato il “ministro dell’armonia” per le sue doti di mediatore e di cervello aprioristicamente contrario alle barricate, Altero Matteoli potrebbe essere definito un risolutore di professione, ma sempre in trincea e non comodamente dietro le linee. La destra italiana, con la sua improvvisa scomparsa, perde senza dubbio una personalità forte, ma allo stesso tempo pacata e civile, che “piaceva” anche ai rossi toscani per una oggettiva onestà intellettuale.

Certamente non aveva un carattere semplice: da buon toscano infatti sapeva essere diretto e ficcante come pochi. Ma, di contro, riusciva a mantenere un low profile anche quando tutti gli altri erano portati ad esarcerbare situazioni ed accenti. E in politica le occasioni non mancano davvero. Con Altero Matteoli se va anche un pezzetto immutato di un mondo tutto italico che parte da lontano, lontanissimo, da quelle sezioni di partito che rappresentavano una scala mobile progressiva e non un ascensore che porta subito all’attico (o al super attico).

Era quella la politica fatta di incontri e manifesti, battaglie campali e lotte serrate, dibattiti e contrapposizioni, sempre ruvide e dirette, ma vere e veraci. E c’era, alla base di tutto, quell’humus rappresentato dall’ideologia e dai contrasti, dagli scambi e dai confronti maschi, dalle tesi e dalle controtesi, dall’assenza di quel politicamente corretto che sta ammazzando neuroni e sinapsi, dalle posizioni che si scalavano metro dopo metro e non tutte in una volta.

Accanto a Beppe Niccolai animò un nucleo solido di quel Movimento Sociale. Consigliere comunale, provinciale, segretario del suo partito, per poi essere eletto in Parlamento, quindi Ministro dell’Ambiente e poi delle Infrastrutture: la trafila, insomma, come si faceva alla vecchia maniera per intederci e passando per le forche caudine del consenso più che dell’investitura da “nominati”.

twitter@PrimadiTuttoIta

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