Vi porto a passeggio tra cibi, olii e vini degli italiani in Canada

Di Claudio Antonelli

Prima puntata di un viaggio su noi italiani del Québec e del Canada, e sulla positiva influenza che abbiamo avuto sulle abitudini alimentari e sui gusti della popolazione locale. Il che è servito nel contempo a sviluppare ed aumentare le importazioni di prodotti italiani in questa terra.

Negli ultimi cinquant’anni sono avvenuti tanti cambiamenti in Québec e in particolare a Montréal dove noi viviamo. Nel campo soprattutto politico, sociale, culturale e della lingua. Ma anche in quello agroalimentare e culinario.

Noi immigrati italiani, originari di una terra creatrice di piatti dai grandi sapori e dove sono tenute in gran conto le “qualità organolettiche”, possiamo inorgoglirci dei tanti cambiamenti avvenuti nelle abitudini alimentari degli abitanti della “Belle Province”. Sulle cui tavole ormai abbondano i prodotti Doc italiani, con vari tipi di pasta, olio, parmigiano, aceto balsamico, vino. Le stesse pizzerie, del resto, sono oggi forse più numerose a Montréal che nella stessa Napoli.

Mi preme dire subito che noi abbiamo svolto un ruolo di primo piano in questa rivoluzione che ha grandemente avvantaggiato le papille gustative degli “habitants” di questa terra, un tempo più cattolici del Papa e che del vino conoscevano soprattutto il vino santo.

Nella provincia canadese dalla memoria corta, che ostenta però sulle targhe automobilistiche l’orgoglioso motto “Je me souviens”, sono stati dimenticati i Gesuiti, i Santi, le Madonne e i tanti riti religiosi del passato; permane comunque il rito primaverile della “cabane à sucre”, in cui i commensali vengono serviti con “soupe aux pois”, “fèves au lard”, “jambon fumé à l’érable”, “tire sur la neige”, “oreilles de christ” e le altre sante prelibatezze della robusta cucina degli antichi “coureurs des bois” della “Nouvelle France”.

In Québec, al pari dell’altra rivoluzione ben più nota, anche la rivoluzione gastronomica è stata molto tranquilla; ma vivace, dai tanti colori e sapori, e scandita dal rumore degli utensili da cucina, dal tintinnio dei piatti e dai decibel dell’equivalente francese del nostro “Butta la pasta!”.

È il filo d’olio – un olio extravergine d’oliva da noi esportato con successo in Québec e divenuto oggi quasi un fiume – a dare l’abbrivio a questo mio breve racconto, a lieto fine, sui tanti cambiamenti avvenuti per merito nostro nelle cucine e nelle dispense quebecchesi.

Dall’amico Vito Vosilla, originario dell’Istria, raffinato gastronomo, già proprietario di rinomati ristoranti e vero missionario della cucina italiana in questa terra, ho appreso che negli anni ’50 (del 1900) l’olio di oliva, a Montréal, era reperibile in minuscole boccette, in farmacia, per i disturbi di stomaco. Oggi tutto è cambiato. Fortunatamente.

È innegabile: a far avanzare in questa terra le grattugie, le caffettiere, gli scolapasta, i cavatappi, gli imbuti e le padelle del progresso alimentare siamo stati noi, “les maudits Italiens” di un tempo, che venivamo presi in giro per le nostre “strane” abitudine, tra cui quella di cogliere nei prati i “pissenlits” – la cicoria selvatica dai fiori gialli, tarassaco, dente di leone, piscialetto, “dandelions” in inglese – e di coltivare l’orticello di casa, attività giudicate indecenti dagli adoratori del prato all’inglese. Chi non lo ricorda? Il fatto che gli italiani consumassero la cicorietta selvatica, da loro stessi raccolta nei campi, suscitava incredulità e disgusto.

L’incubo, per anni, di tutta una popolazione è stato che questa “oscena” e “diabolica” pianta deturpasse gli asettici prati all’inglese, venerati “a mari usque ad mare” tanto dai vincitori quanto dagli sconfitti della decisiva battaglia delle Plaines d’Abraham, finalmente uniti in questa adorazione dell’erbetta domestica, purificata da ogni gramigna straniera.

Occorre poi dire, ma lo faccio a bassa voce per non offendere chi è nato qui, che la Francia vanta una cucina mirabile mentre in questa terra, che pur tanto si vanta di essere francese, è la “poutine” il piatto nazionale, insieme con le “fèves au lard”. Non aggiungo altro, se non che queste “fave” sono in realtà dei fagioli.

Su questa mia denuncia in fatto di lingua francese, il “Conseil supérieur de la langue française” del Québec, cane da guardia dell’ortodossia linguistica, non potrà che essere d’accordo, per una volta, con un malvisto “Italien”, ossia con il sottoscritto.

(Fine prima puntata)

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