Di Francesco De Palo
Il voto giovanile in Italia ha svolto un ruolo chiave nel referendum sulla giustizia del marzo scorso, quando il 53% dei giovani under 35 ha scritto “No” sulla scheda elettorale, influenzando decisamente il risultato finale. E ciò al netto del tasso di astensionismo giovanile che è stato al 47%. Per cui di quei giovani che hanno votato, il 37% ha scelto il no.
Nelle elezioni politiche del 2022 lo stesso elettorato giovanile (per quanto molto caratterizzato dall’astensionismo salito al 63%) aveva premiato di più FdI, Pd e M5S, grazie a temi come i diritti e l’ambiente, drenati dalla capacità dei grillini di utilizzare meglio i social.
Più in generale il giovane italiano medio vota no al nucleare, alla TAV, ai termovalorizzatori, ai rigassificatori, alle trivelle, infrastrutture ma lo fa spesso senza capire e approfondire.
Ovvero tende a rigettare la modenità, perché portato (dalla vulgata progressista, brava nel promettere sulla carta un mondo impossibile nei fatti, dove tutto è lecito) a ritenere che sia incompatibile con il rispetto dell’ambiente e con la compartecipazione dell’uomo al suo interno: un’idea a tratti utopistica della società, di cui paghiamo ancora lo scotto in termini energetici a causa della vittoria del no al referendum sul nucleare, che ha fatto restare l’Italia un passo indietro a paesi come la Francia, dove l’energia costa meno per tutti (cittadini, imprese e ricariche di auto elettriche).
Per cui i conservatori italiani hanno dinanzi una sfida nella sfida: intercettare il voto giovanile italiano, provando ad andare oltre lo schema del passato. Per tradurla in slogan, occorre attualizzare il vecchio “Dio, Patria e Famiglia”, tramite linguaggi moderni, che parlino ai ragazzi e alle ragazze di oggi, interessandoli delle loro problematiche: l‘affettività, lo studio, il lavoro, l’ambiente, il divertimento, le libertà.
Spiegare loro, con parole ed esempi comprensibili ma fermi, che bisogna diffidare di chi illude sul poter regalare diritti per tutti come fossero bonus: il diritto di ‘ordinare’ un figlio come se fosse un tagliaerbe o una t-shirt, il diritto di sballarsi il sabato sera e anche prima, il diritto di portare un coltello all’università per farsi giustizia da soli, il diritto di contestare sempre e comunque il corpo docenti, il diritto di fare scena muta alla maturità, il diritto di avere sempre ragione (perché spalleggiati da mamma e papà), il diritto di bullizzare un compagno magari in sovrappeso che non ha le scarpe firmate e magari pure più bravo a scuola di chi lo attacca, il diritto al lavoro (che, di contro, è un dovere e una conquista fatta con sudore e applicazione).
E si potrebbe continuare all’infinito. Bisognerebbe spiegare ai giovani italiani che essere fighi è anche o soprattutto sapere più degli altri, prendere buoni voti, conoscere ciò che i pari età europei conoscono meglio (perché stanno studiando di più e scendendo in piazza di meno).
E ancora, che essere fighi è non drogarsi, è spegnere il cellulare a scuola e cercare le parole sul vocabolario, è ammirare la Gioconda e non solo andare a Disney, è inseguire un sogno tramite le libertà che vanno conquistate, non distruggere le città dopo un concerto.
Tutta questa mole di ragionamenti va fatta pancia a terra, senza supponenza, imponendosi di instaurare un dialogo vero e produttivo, non promettendo l’irrealizzabile come fa da anni l’universo progressista. E soprattutto portando esempi di comportamenti, prima di norme o teorie.


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