PERCHE’ CONFINDUSTRIA CREDE NEL GOVERNO. LE PAROLE DI MELONI ALL’ASSEMBLEA

Pubblichiamo il discorso del Presidente del Consiglio pronunciato in occasione dell’Assemblea di Confindustria 2026:

Buongiorno a tutti, e grazie di questa accoglienza.

Saluto ovviamente il Presidente Orsini, lo ringrazio insieme a tutta la Confindustria per questo invito. Saluto i Ministri e le tante Autorità che vedo in questa sala. Saluto e ovviamente ringrazio tutti i delegati di Confindustria, ma voglio soprattutto rivolgere un saluto e un ringraziamento particolare al Presidente della Repubblica. Lo dico al di là delle formalità, perché penso che la presenza del Capo dello Stato qui, oggi, ricordi ancora una volta alla Nazione intera quanto importante sia il ruolo che l’industria italiana ricopre, non solamente dal punto di vista economico, ma anche sul fronte storico, identitario, culturale. E dire anche reputazionale.

Vale la pena di ricordare quanta parte del fascino che l’Italia esercita a livello globale sia frutto del vostro impegno. Sulla solidità del Made in Italy corre un pezzo significativo della nostra diplomazia, si poggia l’opinione che hanno di noi all’estero, trae forza il soft power italiano. Un potere del quale non tutti qui in Italia hanno contezza, ma che chi come me, e come molti di voi, è portato a confrontarsi con l’estero sa essere decisivo, per la nostra credibilità, per la tessitura dei nostri rapporti, per la difesa dei nostri interessi.

Ecco perché io voglio cogliere l’occasione di questa Assemblea, ancora una volta, prima di tutto per dirvi grazie per il vostro lavoro. Perché se l’Italia è universalmente riconosciuta come la Patria del bello, del buono e del ben fatto, il merito è come sempre delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Il merito è di chi è così ambizioso, così tenace, da non accontentarsi mai dei risultati raggiunti, da voler fissare l’asticella sempre più in alto, fondamentalmente perché sa che l’orgoglio non si rivendica, l’orgoglio si dimostra, ogni giorno.

E non si rivendicano, ma si dimostrano, anche altre parole e altri valori che il Presidente Orsini ha indicato nella sua relazione: fiducia, coraggio, responsabilità. Io mi sono ritrovata, ovviamente, molto nello scenario che il Presidente di Confindustria ha tracciato nel suo intervento, sul quale ovviamente tornerò, però intanto voglio ringraziare lui e voi per aver riconosciuto, in diversi passaggi della relazione, gli sforzi che il Governo ha fatto in questi anni per rimettere al centro il lavoro, l’impresa, la produzione.

Non lo considero scontato. Non lo considero scontato affatto in una Nazione nella quale il dibattito spesso a scivolare – come veniva ricordato – nello scontro ideologico, a esaurirsi nella tifoseria, e al merito dei problemi e delle soluzioni si finisce per non dedicare mai lo spazio che meriterebbe.

Eppure, in questi anni – e lo dico anche per questo – penso che noi abbiamo dimostrato che un’altra strada è possibile. Ci siamo confrontati senza pregiudizi. Ci siamo confrontati senza sconti. A volte abbiamo lavorato spalla a spalla, altre volte ci siamo detti che non eravamo d’accordo l’uno con l’altro, con la franchezza necessaria. Però il metodo che abbiamo adottato, e i frutti che quel metodo ha generato, rappresentano, dal mio punto di vista, una piccola grande rivoluzione.

E abbiamo dimostrato, che anche quando si parte da posizioni diverse, ci si può, ad un certo punto scoprire una squadra, se l’obiettivo che si persegue è lo stesso. E l’obiettivo che noi perseguiamo è lo stesso, e cioè mettere la Nazione nelle condizioni di affrontare nel migliore dei modi, e a testa alta, le difficili sfide che questo tempo così imprevedibile le mette di fronte.

Anche questo significa fiducia, anche questo significa coraggio, anche questo significa di responsabilità.

E ovviamente, come il Presidente Orsini nella su relazione tratteggiava, i contorni dello scenario nel quale ci muoviamo sono chiari a tutti in questa sala, quei contorni fondamentali: la guerra in Ucraina, i dazi americani, il conflitto in Iran, la chiusura dello Stretto di Hormuz, il ruolo della Cina. Ringrazio il Presidente Orsini per averne parlato diffusamente, perché alcuni di noi in questi anni sono stati, in questo tema, delle sfortunate Cassandre e spesso – penso alla sottoscritta, penso al Ministro Giorgetti, penso al Ministro Tajani, penso al Ministro Urso -, soprattutto a livello europeo, lo abbiamo fatto in solitudine. Noi viviamo oggi in quella che diversi analisti definiscono l’epoca delle “policrisi”. Cioè uno scenario nel quale crisi che sono di natura diversa, innescate da fattori lontani tra loro, si sommano, si sovrappongono, finiscono per alimentarsi l’una con l’altra, creando una spirale che chiaramente impatta con forza estrema sull’intero ecosistema politico, economico e sociale globale. E nella “policrisi”, instabilità e incertezza non sono una eccezione, diventano la regola, e finiscono per portare a nudo la precarietà dell’ordine mondiale, ma anche per raccontarci e mettere di fronte le troppe vulnerabilità che noi, per anni, ingenuamente e colpevolmente, abbiamo finto di non vedere.

La principale, enorme, fragilità che ci riguarda da vicino – è stato ampiamente detto nella relazione che mi ha preceduto – è l’attuale configurazione dell’Unione europea. Un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il Continente verso un progressivo declino economico e geopolitico. Un’Europa inarrestabile nella sua capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune, ma esitante, improvvisamente, quando si tratta di far sentire la propria voce nelle dinamiche globali.

E le crisi ci hanno mostrato anche quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo a quello di piattaforma commerciale, in una posizione quasi passiva tra l’America e i grandi attori asiatici, lasciando ad altri il controllo sugli snodi fondamentali delle catene del valore. Quando gli shock sono arrivati, e quelle catene del valore, troppo lunghe e troppo fragili, si sono spezzate, noi abbiamo scoperto quanto fosse pericolosa l’esposizione verso dinamiche che non potevamo controllare. E abbiamo capito quanto fosse suicida accettare che su materie prime critiche, energia e settori strategici, il nostro destino dipendesse da scelte altrui.

In altre parole, quando la storia ha bussato alle nostre porte, ha spazzato via gli orpelli ideologici, ci siamo svegliati nel mondo reale. È stato un risveglio brusco. O, se vogliamo, quello che per anni alcuni avevano avuto il coraggio di preconizzare e di dire – pagando per questo il prezzo di essere tacciati come dei nemici dell’Europa – si è semplicemente dimostrato vero.

Oggi come ieri – perché noi dobbiamo imparare dagli errori del passato -, chi come voi, chi come me, pone con forza la necessità di un cambio di passo da parte dell’Europa, non lo fa per distruggere, lo fa per costruire. Non lo fa perché è il cavallo di Troia di qualche oscuro potere o interesse, lo fa perché ha a cuore la propria civiltà e la sua capacità di incidere nel futuro. Allora non bisogna avere paura di dire le cose come stanno. Noi chiediamo che l’Europa faccia meno e lo faccia meglio, chiediamo l’applicazione del principio di sussidiarietà, che significa che l’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli. Chiediamo priorità sensate, e velocità nelle decisioni. Perché siamo in un tempo in cui la velocità di reazione agli eventi determina la posizione che occupi nello scenario. Se, cioè, sei tra coloro che orientano le scelte o sei tra coloro che le subiscono.

Serve sicuramente un cambio di passo sulla competitività, perché è impossibile chiedere alle nostre imprese di correre sui mercati globali noi se siamo i primi a frenarle, con meccanismi burocratici infernali e il peso soffocante di oneri amministrativi e regolamenti. La semplificazione e la sburocratizzazione devono essere il nostro mantra, per spingere la forza propulsiva della produzione e non per frenarla, finendo, peraltro come è accaduto in questi anni, per favorire produzioni che vengono dall’estero. Quindi io d’accordo – partiamo da qui – sul fatto che i pacchetti Omnibus attualmente in lavorazione non sono sufficienti, che bisogna fare molto di più per disboscare la giungla normativa che, in questi decenni, si è stratificata, quasi che fosse rivolta solo a soddisfare l’appetito della macchina amministrativa europea.

Voi sapete che su questo stiamo lavorando, particolarmente con il Cancelliere tedesco Merz, in uno sforzo avviato a partire dal vertice bilaterale Italia–Germania dello scorso gennaio, che si è poi concretizzato in diverse iniziative congiunte, sulle quali stiamo progressivamente coinvolgendo sempre più leader europei, e segnatamente quelli che ovviamente sono più sensibili a questo tema.

Con altrettanta chiarezza voglio però dire che penso che dobbiamo continuare anche a batterci per rimettere al centro delle istituzioni europee la politica. Significa riaffermare un principio banale della democrazia: il compito della burocrazia è accompagnare e attuare gli indirizzi della politica, non è sostituirsi alla politica. Semplicemente perché la burocrazia non ha il mandato per farlo.

Quello che noi abbiamo visto accadere e vediamo accadere su diversi dossier — penso al regolamento sugli imballaggi, penso ad alcuni obiettivi climatici — non è accettabile. Le sintesi che la politica raggiunge, anche all’esito di confronti che – come sapete e io lo so ancora meglio perché li vivo – sono lunghi e complessi, devono poi essere rispettate e attuate conseguentemente, non rimesse in discussione, o addirittura ribaltate, da interpretazioni che io a volte considero surreali, che però ci ammantate come interpretazioni tecniche, da persone che non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni, e che forse anche per questo hanno finito per perdere ogni contatto con la realtà.

Ve lo dico perché vi assicuro che l’Italia intende tenere il punto su questo tema. Perché anche da qui si testa il cambio di passo, politico e strategico, dell’Europa. Solo se noi semplifichiamo e rendiamo più veloci i processi amministrativi, possiamo rilanciare gli investimenti e aumentare le occasioni di crescita. Soprattutto, solo se diciamo a chiare lettere che la regola è la libertà: tutto quello che non è espressamente vietato per un interesse superiore già tutelato deve essere consentito, senza condizioni, senza condizionamenti, senza lacci, senza lacciuoli, senza gabbie che hanno come unica conseguenza quella di soffocare l’iniziativa economica.

È, del resto, il metodo che cerchiamo di seguire anche sul piano nazionale, soprattutto grazie ai preziosi suggerimenti che arrivano dalla Confindustria e dalle altre categorie produttive, come nel caso delle semplificazioni previste nell’ultimo Decreto PNRR, del corposo pacchetto a costo zero e delle proposte che riguardano i Contratti di Sviluppo, sulle quali state lavorando con il Ministro Urso, che saluto e ringrazio.

Per carità, lo so che non basta. E quindi, per cercare di essere concreti, vorrei proporvi di avviare, subito, un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia. Io penso che questo sia fondamentale farlo insieme, perché quando c’è un servizio che non funziona, se vuoi risolvere quel problema devi interrogare l’utente. Voi siete gli utenti della burocrazia italiana, siete sicuramente coloro che più di tutti possono aiutarci a risolvere le troppe incrostazioni che in questi anni vi hanno impedito di correre come avreste potuto correre se non aveste dovuto rendere conto alle degenerazioni di quella burocrazia.

L’altro grande obiettivo che ci diamo è quello di continuare a costruire meccanismi anche innovativi per incentivare la crescita e la competitività. Uno di questi meccanismi, veniva ricordato, è certamente quello della zona economica speciale unica per il Mezzogiorno.

Abbiamo ridotto i tempi burocratici, accelerato le autorizzazioni, garantito alle imprese regole più chiare.

Il risultato, veniva ricordato, è che in soli due anni sono stati autorizzati oltre 1300 investimenti, – anche sostenuti con il credito d’imposta, che peraltro abbiamo rifinanziato per tre anni -, con un giro d’affari complessivo di 55 miliardi di euro, con consistenti ricadute in termini occupazionali.

E anche grazie alla ZES, il Mezzogiorno è cresciuto più della media nazionale, sia in termini di PIL sia in termini di occupazione. Mezzo milione di persone al Sud ha trovato un lavoro dall’inizio del mandato di questo Governo. Io considero questo un segnale estremamente importante, che dimostra che quando lo Stato crea condizioni favorevoli, il Sud sa rispondere con energia e capacità. E può arrivare addirittura a trainare la crescita economica dell’intera Nazione, perché lo sviluppo del Mezzogiorno è una condizione essenziale per rendere più forte e competitiva l’Italia nel suo complesso. Non è una questione Meridionale, è da sempre una questione nazionale, riguarda tutti.

Come sapete, abbiamo già esteso il meccanismo della Zes ad altre due regioni – Marche e Umbria – ma intendiamo fare di più. Quindi, sì, confermo che stiamo studiando le modalità tecniche per mutuare i meccanismi semplificativi e autorizzativi sperimentati con successo al Sud per applicarli a tutto il territorio nazionale. E affiancare così questa misura ad un’altra, che voi avete richiesto e che noi consideriamo possa essere altrettanto efficace in ottica di investimenti, che è il meccanismo dell’iper-ammortamento, reintrodotto nell’ultima Legge di Bilancio. Misura per la quale ora stiamo attendendo il via libera da parte della Corte dei Conti per poter finalmente pubblicare il decreto attuativo in Gazzetta Ufficiale.

Voglio dire, al Presidente Orsini, che considero corretto e intelligente ragionare di includere negli incentivi gli investimenti su software e cloud. Credo che dobbiamo fare i conti con il mondo verso il quale andiamo.

Ma, ovviamente, non basta semplificare e tagliare drasticamente gli oneri amministrativi, se poi non si assumono provvedimenti strutturali e coraggiosi su un altro fronte decisivo, che è quello dell’energia, capitolo che pesa più di altri sulla competitività delle imprese italiane, anche europee, ma particolarmente italiane.

Voglio ringraziare, anche qui, Emanuele Orsini per aver riconosciuto il cambio di approccio che questo Governo ha cercato di imprimere, in particolare per aumentare l’offerta di investimenti, rafforzare gli strumenti a disposizione, con l’obiettivo di garantire stabilità, continuità e prezzi più prevedibili. Fin dal nostro insediamento, noi abbiamo lavorato: per rendere più lineare e efficace il quadro autorizzativo per le energie rinnovabili; per costruire meccanismi incentivanti tali da favorire un’integrazione ordinata del sistema elettrico; per diversificare le fonti e le rotte; per sviluppare le interconnessioni nel Mediterraneo e non solo, anche con lo scopo di rafforzare la sicurezza il ruolo dell’Italia come hub europeo di produzione e di distribuzione di energia a livello continentale.

Abbiamo approvato un pacchetto di misure per ridurre nel tempo l’aggravio degli oneri generali di sistema per cittadini e imprese; e strumenti per favorire, in particolare per le PMI, la contrattualizzazione di mercato di energia elettrica a prezzi allineati ai costi. Per le imprese energivore abbiamo introdotto interventi come il Gas Release o l’Energy Release, che consentono di acquistare gas e derivati ed elettricità a prezzi calmierati. Grazie al decreto Energia abbiamo garantito un taglio concreto sulle bollette di luce e gas per tutte le aziende, oltre che ovviamente per le famiglie vulnerabili. Con benefici stimati per le PMI che arrivano a 9 mila euro l’anno per l’elettricità e a 10 mila euro per il gas.

Col decreto Energia, però, noi abbiamo soprattutto posto le condizioni per dare risposte strutturali, cioè non limitate all’emergenza. Come il meccanismo che introduce di fatto il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Una piattaforma pubblica consentirà alle aziende, anche alle aziende più piccole, di aggregarsi per acquistare l’energia di cui hanno bisogno direttamente dal produttore, quindi svincolandosi dal mercato attuale e dunque anche dalla speculazione. Questo consentirà, facendo leva sul mercato dei cosiddetti “PPA”, di abbassare il prezzo dell’energia, anche grazie alla garanzia dello Stato, per il tramite di SACE e del GSE. È una misura che, dal nostro punto di vista. apre a scenari nuovi in termini di incontro tra domanda e offerta di energia, e che ci ha visto lavorare, come sapete, fianco a fianco per diversi mesi. Avere contratti di fornitura energetica a lungo termine renderà i bilanci delle aziende più solide, facilitando l’accesso al credito grazie alla garanzia di ultima istanza dello Stato.

E poi, come veniva ricordato, come ho ribadito in più occasioni, noi vogliamo proseguire speditamente sulla strada per il ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative con mini-reattori modulari, sicuri e puliti, che ci consentano di avere maggiore sicurezza, ma anche costi nettamente più bassi rispetto agli attuali. Entro l’estate, lo ribadisco, sarà approvata la legge delega e poi saranno adottati i decreti attuativi per il quadro giuridico necessario. Non ho dubbi sul fatto che la ripresa della produzione nucleare in Italia sia un obiettivo alla nostra portata e non ho dubbi sul fatto che può rappresentare una svolta per la nostra competitività. E dunque sono molto determinata su questo.

L’energia è stata una nostra priorità fin dall’inizio, solo che anche qui, a livello Nazionale, noi possiamo introdurre tutte le misure che vogliamo, anche le più efficaci, le più penetranti, ma poi rischiamo comunque di non raggiungere lo scopo se parallelamente non c’è su questo tema un cambio di passo anche a livello europeo da parte di Bruxelles.

L’approccio irragionevole alla transizione ecologica che ha caratterizzato per lungo tempo la stagione del Green Deal – finendo per impoverire i nostri sistemi produttivi, per compromettere alcuni settori industriali, per consegnarci a nuove dipendenze, e tra l’altro senza che neanche riuscissimo a ottenere, in termini di riduzione delle emissioni, gli obiettivi previsti – deve dal nostro punto di vista essere superato.

Anche su questo, voglio dire, aveva abbastanza ragione chi sfidando i sacerdoti del tutto elettrico subito, aveva avuto il coraggio di riconoscere quello che rischiava di essere controproducente. È un bene che oggi piano piano si faccia sempre più strada ad un approccio pragmatico alla transizione verde, ancorato al principio di neutralità tecnologica. Ed è dovuto anche al nostro lavoro.

Però purtroppo i segnali di un cambiamento Reale nelle politiche europee sono ancora timidi, dal nostro punto di vista.

Prendiamo il dibattito che è in corso sul sistema ETS. Io l’ho detto in tutte le sedi possibili e immaginabili con molta determinazione: quanto è paradossale che una tassa introdotta per disincentivare le emissioni inquinanti finisca per gravare anche sul prezzo finale dell’energia prodotta con fonti rinnovabili, gonfiando artificialmente i costi energetici per gli Stati membri in modo asimmetrico e creando quindi ulteriori disparità?

Io penso che sia abbastanza chiaro che l’attuale sistema ETS è un po’ distante dai bisogni attuali dell’industria europea. A maggior ragione in questa fase di emergenza energetica, dove il buonsenso spingerebbe chiunque a sospendere temporaneamente la misura, almeno per i settori più colpiti dalla chiusura di Hormuz, in attesa di una sua organica e significativa revisione. Invece, io devo purtroppo dire che mi pare si continui a preferire ancora una volta la difesa di un totem ideologico, andando avanti con “benchmark” scollegati dalla realtà, che rischiano tra l’altro, di dover essere modificati appena entrati in vigore, semplicemente perché non sono sostenibili.

Decisamente non è questa la strada giusta per restituire all’Europa autonomia strategica, forza, peso economico. Questa è la strada giusta se vogliamo consegnarci al declino. Ma come ho detto ormai migliaia di volte, il declino non è un destino, il declino è una scelta. E la scelta che facciamo noi è combattere quel declino e non assecondarlo. Quindi il Governo intende continuare a dare battaglia su questo fronte, ma chiede a tutti coloro che hanno a cuore il futuro del continente di farsi sentire e di darci una mano in questo dibattito molto importante.

Non ci manca il coraggio di dire le cose come stanno e non ci manca la concretezza per fare proposte di buonsenso ai nostri partner. È quello che facciamo a 360 gradi, è quello che stiamo facendo anche nel dibattito sulle conseguenze della crisi iraniana, che sta chiaramente producendo effetti dirompenti sui costi per le famiglie e per le imprese e sulla competitività dei nostri sistemi produttivi, aggravando le nostre vulnerabilità.

Sono chiaramente circostanze che sfuggono al controllo degli Stati membri dell’Ue e che giustificano, dal nostro punto di vista ampiamente, l’estensione della flessibilità già concessa per le spese in sicurezza e difesa anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica, per attenuare l’impatto che la chiusura dello Stretto di Hormuz sta avendo sulle nostre famiglie e sulle nostre imprese.

Ecco perché, come sapete, l’Italia ha scritto alla Commissione europea per chiedere l’estensione del campo di applicazione della National Escape Clause anche agli interventi necessari per tutelare famiglie, lavoratori e imprese dall’impatto della crisi. Non si tratta di essere autorizzati a fare il nuovo debito a livello Nazionale, si tratta di allocare al meglio quello che è già previsto. Puro e semplice buonsenso.

E, guardate, non significa neanche, come ho letto da qualche parte, che abbiamo cambiato idea, che io ho cambiato idea sul tema delle spese della difesa. L’ho detto e lo ripeto: non ho affatto cambiato idea su questo, benché sappia molto bene quanto il tema sia in Italia impopolare. Penso anche che un leader serio debba dire la verità. E la verità è che se non ti sai difendere, se chiedi a qualcun altro di garantire la tua sicurezza, lo pagherai in termini di autonomia, in termini di sovranità, in termini di capacità di difendere i tuoi interessi nazionali. Le spese di difesa sono il prezzo della libertà, e io voglio che l’Italia sia una Nazione libera. Ma dall’altra parte, so anche che, se noi oggi non aiutiamo le famiglie e le imprese a superare l’impatto una crisi che è significativa, rischiamo che domani non ci sia più niente da difendere in questa Nazione, e quindi dobbiamo creare un equilibrio tra due necessità.

E tornando all’Europa, sono d’accordo anche sulla necessità di costruire rapidamente un vero Mercato unico dei capitali e del risparmio. Non possiamo fingere di non vedere come ogni anno oltre 300 miliardi di euro di liquidità europea finiscano in investimenti extra-EU. È un danno che noi non possiamo più permetterci. Il Ministro Giorgetti ha scritto, insieme ad altri suoi omologhi, una lettera su questo punto alla Commissione europea, perché siamo consapevoli di quanto questa materia sia decisiva per rafforzare il potenziale di crescita, di autonomia strategica e la capacità di finanziare le priorità comuni europee, che chiaramente è un altro grande tema che abbiamo. Allo stesso tempo, rimane una priorità rilanciare il Mercato unico europeo, che consentirebbe di mettere l’Europa al riparo da scelte protezionistiche di altre Nazioni.

Voglio dire al Presidente Orsini che personalmente sono anche d’accordo alla cooperazione rafforzata su questi obiettivi se non c’è la possibilità di trovare soluzioni differenti ma, se riuscissimo, diciamo, a prendere queste decisioni a 27, lei capisce lei capisce che sarebbe molto meglio.

Quanto a noi, significativi passi avanti sono stati fatti. Abbiamo iniziato a scardinare lo status quo, abbiamo certamente raggiunto dei risultati importanti, resta ancora moltissimo da fare tanto a livello europeo, quanto a livello nazionale. Sono diversi i punti su cui propongo di continuare a lavorare insieme.

Diversi di questi sono stati indicati nella relazione del Presidente. Alcuni li ho già affrontati, su altri cerco velocemente di dare qualche altra risposta, cercando di non abusare del vostro tempo.

Punto primo. Sono d’accordo sul tema del riordino degli incentivi e sono d’accordo sul tema del riordino delle Tax expenditures, è una questione che dobbiamo approfondire con coraggio, con apertura, con disponibilità e con dialogo e, quindi, sono assolutamente disponibile ad aprire su questo un dialogo.

È stata citata la necessità di riformare il sistema della responsabilità connesso al decreto 231. Anche qui non abbiamo alcuna remora ad approfondire la questione, perché la responsabilità di impresa non può trasformarsi automaticamente in criminalizzazione di impresa. Anche qui, il quadro europeo e internazionale ci vincola al rispetto degli impegni condivisi, però io penso che ci siano i margini per alleggerire il fardello di oneri burocratici, introdurre fattori in grado di dare oggettività alla valutazione dei protocolli, valorizzare gli standard riconosciuti internazionalmente per attestare il grado equilibrato di presidi adottati dall’azienda.

Punto terzo. Ho trovato molto interessante, Presidente, il riferimento alla necessità di stimolare i capitali privati. Su questo voglio dire due cose. La prima è che sono pienamente disponibile al rilancio dei PIR, cioè dei piani individuali di risparmio. La seconda è che noi Intendiamo rafforzare i meccanismi già introdotti nell’ultima Legge di bilancio per accrescere gli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale, in particolare per quello che riguarda innovazione, startup e infrastrutture. È evidente che qualcosa non funziona se di 260 miliardi raccolti dai lavoratori italiani solamente 40 finiscono nell’economia reale italiana e quindi una soluzione a questo problema va trovata.

Allo stesso modo vogliamo continuare a investire sul capitale privato più prezioso che abbiamo, che è quello umano. Dobbiamo formare i nostri giovani anche sull’intelligenza artificiale. Sono d’accordo anche su questo. Direi che il Ministro Valditara, che pure saluto e ringrazio, sarà disponibilissimo anche su questo a portare avanti un dialogo. Dobbiamo formare i nostri giovani, dobbiamo dare loro le giuste motivazioni che sono chiaramente anche di carattere economico per restare a costruire il loro futuro qui e non pensare che altrove troveranno condizioni migliori di quelle che noi siamo in grado di offrire, partendo ovviamente dai fondamentali che sono il diritto alla casa e il diritto a un salario giusto. Due priorità sulle quali noi abbiamo lavorato insieme parecchio in questi mesi, unendo gli sforzi.

Con il Piano Casa abbiamo costruito un meccanismo che consentirà di rendere disponibili oltre 100 mila alloggi in 10 anni, per aiutare lavoratori e insegnanti, giovani coppie e famiglie monoreddito che, soprattutto nelle grandi città, fanno sempre più fatica a pagare un mutuo, un affitto. Un meccanismo innovativo frutto del dialogo della collaborazione con le migliori idee che vengono dal mondo produttivo che genererà un moltiplicatore positivo sul prodotto interno lordo e sulla domanda interna. Un modello che vogliamo estendere il più possibile per valorizzare l’iniziativa economica sana e responsabile in un quadro di regole chiare e tempi certi.

Col Decreto lavoro invece abbiamo rimesso al centro la contrattazione di qualità perché è lì che si tutelano davvero i diritti dei lavoratori settore per settore, attuando per la prima volta un principio che per decenni è rimasto sulla carta. E cioè che solo chi applica il salario giusto, ovvero il trattamento economico complessivo stabilito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni più rappresentative, può accedere agli incentivi pubblici per le assunzioni.

E penso che tutto questo dimostri come insieme abbiamo tracciato una strada nuova di collaborazione e di confronto, sempre guardando al merito delle questioni per il bene dei cittadini, delle famiglie, delle imprese di questa Nazione.

Presidente Mattarella, Presidente Orsini, cari imprenditori,

noi certamente non stiamo vivendo in un tempo semplice. Questo è un tempo nel quale le crisi si susseguono senza tregua, gli equilibri globali cambiano rapidamente, troppe certezze che sembravano solide di fatto si stanno sgretolando sotto i nostri occhi.

Eppure, dentro questo scenario così complesso, c’è una certezza che nessuno può mettere in discussione, che è la forza di questa Nazione, la forza della sua economia reale, la solidità della sua manifattura, il carattere delle sue imprese, l’abilità dei suoi lavoratori e quella capacità tutta italiana di sapersi rialzare sempre.

Non sono io che lo devo insegnare a voi, perché siete voi che lo avete insegnato a me.

Quando il vento soffiava più forte, quando qualcuno sperava che perdessimo la rotta, voi avete fatto esattamente il contrario. Avete continuato a investire, a innovare, a creare lavoro e a creare ricchezza. E i risultati si vedono. L’export italiano cresce più di quello di economie che per anni ci hanno guardato dall’alto in basso. Anche l’anno scorso abbiamo centrato un altro record: 643 miliardi di export. E nell’anno più difficile dei rapporti transatlantici: più 7,2% con gli Stati Uniti, è uno dei tanti dati che io potrei citare per dimostrare una cosa della quale vado molto orgogliosa. Noi non siamo più l’anello debole d’Europa. Siamo una Nazione credibile, autorevole, che nel mondo viene guardata con rispetto sempre maggiore e che sta crescendo nei domini nuovi quelli a più alto contenuto tecnologico, dall’economia dello spazio alle scienze della vita.

Significa soprattutto, però, che non possiamo fermarci adesso. Quello che posso dirvi è che il governo c’è e non intende indietreggiare di un solo millimetro.

Non ci spaventa il peso della responsabilità, non abbiamo paura di dimostrarci all’altezza di quello che abbiamo il compito di rappresentare. Che chiaramente non significa ignorare le difficoltà. Nessuno di noi sottovaluta la durezza del tempo che stiamo attraversando. Però, signori, c’è una differenza tra chi si lascia paralizzare dalla paura e chi invece decide di affrontare le sfide perché sa che è nella difficoltà di quelle sfide che il destino ci consegna il privilegio di essere fieri di noi stessi.

Sic itur ad astra, scriveva Virgilio. Così si sale alle stelle.

Per farlo, noi non dobbiamo temere di volare alto, di osare, di liberarci dalle incrostazioni, di scardinare le abitudini, per concentrarci su quello che alla fine sappiamo fare meglio, che è: resistere, inventare e rilanciare.

Per questo vi chiedo di non avere paura, perché il tempo delle incertezze è anche il tempo del coraggio, e il tempo del coraggio inevitabilmente è anche il tempo delle scelte.

Siate coraggiosi e io vi prometto che farò lo stesso. Vi ringrazio. Viva l’Italia!

(Foto: Governo.it)


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