Intervista a Terzi di Sant’Agata: allarme cinese anche a Taranto

di Francesco De Palo

Attenzione al binomio “civile e militare” delle azioni cinesi. Lo dice l’ex ministro degli esteri italiano, l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, che in questa conversazione con PrimadiTuttoItaliani spiega come nessun grande paese europeo, come Belgio, Olanda o Germania, abbia aperto un centro di ricerca sulla cyber sicurezza sul proprio territorio con un player altamente ambiguo come Huawei. L’Italia lo ha fatto nel giorno della vista del Segretario di Stato Mike Pompeo.

L’occasione è propizia per riflettere sui pericoli dell’invasività cinese in Italia che, dopo Trieste e Vado Ligure, sta mettendo le mani anche sul porto di Taranto per il tramite del gruppo Ferretti, controllato da Pechino. Il capoluogo jonico è un punto strategico di grande rilevanza che controlla il Mediterraneo centrale, con la Nato e la Sesta Flotta.

Ambasciatore, dopo il 5G e la Via della Seta a Trieste, sembra che anche il porto di Taranto sia finito nel cono di interesse della Cina: quali i possibili scenari?

E’ l’ennesima manifestazione di quelli che sono gli obiettivi veri dell’estensione cinese attraverso la Via della Seta: ovvero la caratteristica di questa nuova presenza globale della Cina, che va ben al di là dei rapporti di partenariato economico, scientifico, imprenditoriale. Si tratta di una assertività basata su un principio non nuovo, ma che Xi interpreta in un modo veramente imperiale.

Ovvero?

La fusione civile-militare. E’un concetto che risale a parecchio tempo addietro, ai tempi di Deng Xiaoping quando il patto sull’industrializzazione è stato affrontato con una strategia di insieme per far crescere le forze armate attraverso la crescita economica. Si tratta della capacità cinese di estrarre dai paesi occidentali tutte le tecnologie più avanzate utili al rapido progresso del proprio strumento militare. Fino a prima di Xi si è scelto il principio di mantenere in sordina la crescita prodigiosa dell’apparato militare e della relativa proiezione esterna.

E dopo Xi?

Sono diventate un punto marcante dell’immagine cinese nel mondo. Il tutto si è tradotto non solo nella militarizzazione di interi isolotti del Mar Cinese meridionale, ma in un elemento di vanto della presenza cinese nella sua proiezione navale. Un elemento che ha consentito a Xi di mostrare, sin dal 2012, i grossi successi che ha potuto ottenere anche grazie alla non volontà occidentale. Anni che corrispondono all’amministrazione Obama e alla non soluzione della crisi finanziaria del 2008. La mancanza di volontà politica di Usa, Ue e Giappone non ha permesso di contenere la Cina in quelle violazioni del diritto internazionale che stava portando avanti.

L’espansione esterna cinese non ha trovato quindi ostacoli dinanzi a sé?

No. Così Xi ha visto le Vie della Seta come un grande strumento propagandistico da vendere e da imporre agli occidentali, attraverso le leve di finanziamento e disponibilità da parte di quelle aziende cinese sostenute prevalentemente dallo Stato: pensiamo alla China Construction Company che è arrivata a Trieste con pochissimo beneficio per le imprese italiane, ma dando l’impressione di portare grandi progetti per i territori, con una serie di tracciati verso il Mediterraneo, che rappresenta il punto nevralgico dell’espansione cinese fondata sul binomio militare e civile.

La Via della Seta è stata venduta come il grande regalo cinese all’occidente. Perché?

Per far emergere il senso di una Cina generosa e moderna, aperta verso il mondo, globale, multilateralista e rispettosa dell’ambiente. Ciò rappresenta tutta la narrativa caratterizzante la presidenza Xi e dei suoi molti fautori anche in occidente. Ricordo che c’è un ex Premier italiano che fino all’inizio del Covid in convegni ed interviste parlava di Via della Seta come del piano Marshall del XXI secolo. Era questa la veste politicamente corretta di molti ambienti italiani prima che arivassero al governo i Cinque Stelle, che in seguito come è noto si sono dimostrati una sorta di megafono della propaganda cinese, tanto in Italia quanto in Europa.

Perché per la Cina di Xi il Mediterraneo è strategico?

Perché il 20% del traffico marittimo avviene lì, perché rappresenta un bacino di potere economico, politico e di sicurezza dell’intera Europa, riguardando anche i Balcani, snodandosi fino all’Asia Minore e verso sud toccando anche la fascia nord africana. Le autorità di Pechino hanno avuto buon gioco a Trieste e a Vado Ligure con la firma del memorandum nel marzo 2019. Adesso c’è l’attacco a Taranto.

Con riverberi anche nel settore difesa?

Se Vado e Trieste potevano ancora essere dipinti come due snodi di crattere prevalentemente commerciale, anche se sappiamo benissimo che non erano solo tali, Taranto invece è uno snodo tutto militare. E’un punto strategico di grande rilevanza che controlla il Mediterraneo centrale, con la Nato e la Sesta Flotta. La storia dovrebbe insegnare la geopolitica delle linee d’acqua mediterranee: non dimentichiamo che la competizione nel Mediterraneo centrale è uno dei motivi fondamentali che hanno portato l’Italia in guerra nel Secondo conflitto mondiale, perché c’è stata una frizione tra l’Italia del ’35 e la Gran Bretagna, in seguito anche con la Francia, di esclusione di interdizione per la crescita della potenza navale. La Marina italiana aveva fatto passi avanti molto forti, con navi pesanti, supercorazzate e 120 sommergibili: per gli inglesi fu un casus belli. Questa lotta italo-inglese si riflesse addirittura anche nel dopoguerra, quando Roma si vide negare dall’Onu il mandato di amministrazione sulle ex colonie come la Libia. Questo per rimarcare l’importanza strategica del mare nostrum, non solo nel passato ,accanto alla crucialità dei porti italiani nell’intero Mediterraneo in termini di equilibri geopolitici.

Cosa rischia l’Italia con i cinesi a Taranto?

Quando vedo una Marina cinese, civile e adesso anche militare, che ha accesso privilegiato a Trieste, Vado Ligure e anche Taranto, suonerei dei grandi campanelli di allarme fossi nel Ministero della Difesa o nell’Intelligence. Si fa finta di non capire tutto ciò quando si racconta che in fin dei conti la presenza cinese non è così grave, visto che si tratta di un investimento del gruppo Ferretti a Taranto per portare lì parte della produzione di scafi di natura civile. Ma stiamo scherzando? Da otto anni il gruppo Ferretti è a maggioranza cinese, controllato da investitori privati, ma sappiamo bene che nulla in Cina è privato. Lo ha ribadito pochi giorni fa il Partico Comunista Cinese, osservando che tutte le aziende cosiddette private devono rispondere agli obiettivi del partito e della legge cyber del 2017. Quindi come possiamo vendere la panzana che un gruppo come Ferretti, per quanto eccellenza del design italiano, non realizzi prodotti capaci di avere un utilizzo anche militare nel giro di 24 ore? Non dimentichiamo che accanto a questo cantiere resta la principale base alleata nel Mediterraneo, americana e Nato. Una situazione che dovrebbe essere ampiamente dibattuta in Parlamento, forse ancora di più in epoca di pandemia.

Gli Stati Uniti sono preoccupati, come emerso dalla recente visita in Italia del Segretario di Stato Mike Pompeo: la postura ambigua italiana quali rischi concreti porta in grembo?

Da tempo al Pentagono si parla anche di una rete chiusa di quinta o sesta generazione che possa coinvolgere tutto il mondo dell’informatica, vedremo su questo. Il fatto che a Washington si discuta seriamente di questa ipotesi, con anche implicazioni tecnologiche ed economiche enormi anche per noi, dimostra il livello di preoccupazione che c’è su questo tema. Non c’è solo in ballo la privacy ma un vero e proprio grande fratello cinese che potrebbe prevalere su tutte le capacità di essere liberi nel mondo cyber, che copra gran parte dell’universo legato a conoscenza, economia e ricerca. Osservo che mentre Pompeo veniva ricevuto a Roma, dal premier e dal ministro degli esteri, nelle stesse ore Huawei metteva in piedi una manifestazione di potere, lanciando il progetto, definito e sostenuto dal governo, per creare in Italia un centro di ricerca e sviluppo sulla cyber sicurezza con tecnici cinesi, delle princiali università italiane e di enti di ricerca governativi italiani.

Ma Palazzo Chigi non aveva rassicurato tutti?

Così facendo, in un solo colpo sono state cancellate tutte le rassicurazioni sul golden power e tutti i decreti che da agosto scorso hanno continuato a piovere su questa materia, nella solita forma del dpcm. Per cui l’integrazione italiana e cinese sull’ambito più importante in questo momento, come la cyber security, avviene in completo spregio del perimetro nazionale conclamato in tutti i governi Conte. Sono fatti noti, che non sono passati inosservati all’uomo della strada e neanche a Washington, come mi risulta. A nessuno degli altri paesi europei, come Olanda, Germania, Belgio è venuto in mente di creare un centro per la sicurezza informatica insieme al principale fautore delle smart cities. Qualcuno immagina cosa significhi dare in mani cinesi le smart cities?

twitter@PrimadiTuttoIta

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