Caro (Ta) vecchio calcio italiano: cambia ora. O mai più

calcioLo diciamo subito e chiaramente per sgomberare il campo da dubbi e incomprensioni. Non è anacronistico protezionismo chiedere al calcio italiano di tutelare i propri talenti per non finire ai margini delle competizioni internazionali. La programmazione e l’investimento sui giovani atleti italiani, così come il ct della Nazionale Antonio Conte urla a gran voce, è una cosa che travalica steccati ideologici e posizioni politiche, perché figlia del buon senso.

Quando siamo a circa un terzo del Campionato Italiano, i calciatori stranieri hanno giocato più minuti in assoluto di quelli italiani. Se si trattasse di fenomeni in massa le doglianze sarebbero ridotte al minimo ma, fatti salvi pochissimi big veri, i restanti sono buoni gregari o poco più. Una deriva, quella della filoxenia nel pallone che ha portato squadre blasonate come Inter e Napoli ad avere in campo solo un giocatore italiano. Il risultato di tali politiche autolesionistiche è che non solo i nostri club non progrediscono nelle coppe, ma impoveriscono il serbatoio di materia prima da cui attingono le Nazionali.

La tanto criticata Germania, per una volta, ha fatto bingo: ha investito massicciamente nei vivai, sfornando talenti puri, ha mescolato il tutto con tedeschi di seconda generazione adeguatamente integrati e ha limitato la contaminazione straniera nei vivai ai soli campioni. Veri, veraci e dotati di numeri. Non quelli che a casa nostra ci hanno illusi e che, poi, si sono rifugiati al caldo di twitter. Perché lì due tiri a un pallone, proprio non si fanno.

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